Storia d’Italia

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“Il frutto supremo del Mediterraneo: indorato, accarezzato, amato dal sole, che formava dentro di lui la polpa sostanziosissima, dove affondavo i denti, la polpa delicata, i semi, il profumo squisito, il colore…”

 

Pietro Citati nell’agosto 2006 su un quotidiano. Siamo all’epigono e lo storico tira le fila del percorso compiuto dal pomodoro in cinque secoli, di corsi e ricorsi, con una notazione geografica.
Allo scrittore italiano, nato all’epoca del pomodoro autarchico, che l’estate chiosa sul rosso nazionale oggi fa da contrappunto la notizia, sullo stesso quotidiano, che gli italiani nel 2013 sono tornati a lavorare alla raccolta, dopo averla lasciata per anni agli africani, dopo aver commerciato una materia prima a basso costo con la Cina.
L’ideogramma mandarino per il frutto purpureo, traslitterato fan-qiè, designa la Melanzana Barbara.
I cinesi non mangiano molto pomodoro, se non nei condimenti del fast-food. Un paradosso per l’autore di questa storia, che inizia subito dopo la Conquista del Nuovo Mondo. È nei giardini rinascimentali che lo troviamo in Europa, come frutto esotico, tra le rarità e in poche opere d’arte dei ritrattisti cinquecenteschi. La botanica lo assimila alla melanzana e alla Belladonna.
Una descrizione utile allo storico è quella del Soderini, il pomo d’oro di un bel rosso sangue si può mangiare come le melanzane, cucinato condito con sale, pepe nero e olio.
Nell’arte culinaria del Latini, dispensiere nella Roma del fine ‘600, tutti i piatti in cui appare il pomodoro sono definiti “alla spagnola”; Gaudenzio, autore de “Il Panunto toscano” (1705) racconta che i gesuiti il venerdì di magro gustano frittata con pomi d’oro; per le benedettine di Catania con uova e acciughe era “la terza cosa” (metà ‘700). La storia, quella del pomodoro, passa per i chiostri e i conventi.
Al monaco celestino di Napoli Corrado si devono le ricette della salsa e della conserva.
L’estate si raccolgono e si essiccano al sole, a Sud, nelle Isole, dove gli spagnoli avevano mescolato le loro abitudini a quelle locali.
Il Bicchierai, oste sull’Arno, nel suo registro annota un sugo “della miseria” fatto con avanzi di carni, aromi e pomodoro (se ad avanzare è solo pane diventa panzanella); nell’opera scientifica dell’Artusi (1891) l’uso toscano é raccolto nella ricetta de la conserva di pomodoro senza sale. Firenze è Regno d’Italia, Margherita a Capodimonte chiede al cuoco di variare il menù francese e nasce la pizza con i tre colori nazionali. Lo Street-food per eccellenza nei vicoli di Napoli, alternato dalla pasta al pomodoro, sempre mangiata con le mani, era oggetto di una feroce battaglia civile di Matilde Serao, direttrice de Il Mattino, ma entrambi erano destinati a viaggiare lontano, e con loro il pomodoro: tornava nel Nuovo Mondo con milioni di italiani immigrati nei primi decenni del secolo breve.
In Toscana (1920) Gian Burrasca grida “Viva la pappa con il pomodoro!” Qui sono nata io, con la canzone di Rita Pavone, la serie alla televisione, in bianco e nero. Uno dei primi libri che mi sono stati regalati, insieme a Pinocchio (coevo del trattato dell’Artusi).
“Desideri esser fritto in padella, oppure preferisci di esser cotto nel tegame con la salsa di pomodoro?” chiede il pescatore quando nella rete si trova il burattino finito a mare.
E’ dal mare che torna il pomodoro, dopo la fame della guerra, nella lattine con la pasta degli americani che liberano la penisola e distribuiscono le razioni di scatolette.
La storia qui ha già compiuto tre traversate dell’Oceano e potrebbero bastare, c’è ancora il dopo guerra. Gli operai dal sud mangiano nella mensa della Fiat, il pelato ci modernizza e unifica i piatti degli italiani ovunque vivano; le donne continuano a fare conserve, ma durante le vacanze estive, con mamma, suocera e nonna. Quest’estate, infine, la crisi non passa e anche loro tornano nei campi (al pari delle contadine cinesi).

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